E il mondo mente
Ben Dror Yemini - Maariv, 1/10/20
Com’è possibile che il mondo si occupi dei profughi Palestinesi molto più di tanti altri profughi? Secondo articolo della serie.
Il
primo articolo della serie, pubblicato a Rosh Hashanà, trattava del silenzio
mondiale riguardo alle uccisioni di massa perpetrate da Arabi e Musulmani,
specie contro Arabi e Musulmani stessi. Il silenzio del mondo assume una
rilevanza particolare, nel momento in cui i mezzi di comunicazione e gli
ambienti accademici occidentali diffondono milioni di pubblicazioni che accusano
Israele di commettere un genocidio – un genocidio che non c’è mai stato. La
verità è, com’è stato dimostrato, che il conflitto tra Israele e i
Palestinesi ha provocato - ed è un
bene che sia così - un numero limitato di vittime rispetto a qualsiasi altro
conflitto di simile portata nel mondo. Il presente articolo concerne il problema
dei profughi, facendo riferimento a dati, proporzioni ed alle modalità di
relazionarsi delle Nazioni Unite e della comunità internazionale al problema
dei profughi in generale e di quelli Palestinesi in particolare.
No. Non stiamo parlando di Israele e
dei Palestinesi. Questa è la storia della minoranza musulmana-turca in
Bulgaria. E no, non è successo 200 anni fa. E’ successo meno di 20 anni fa,
alla fine degli anni ’80. Trecentomila musulmani sono stati costretti a
lasciare
E se non avete mai sentito parlare di “diritto al ritorno” e di un imprecisato numero di organizzazioni che si occupano dei “profughi” della Bulgaria, e nemmeno di campi profughi e di migliaia di pubblicazioni e relazioni, è per un unico motivo: loro non sono Palestinesi. Perché, come i Turchi, esistono altri gruppi che contano milioni, svariati milioni, di persone costrette ad abbandonare l’antica patria, a seguito di cambiamenti politici e variazioni di confini.
“Il
diritto al ritorno è la carta vincente, cioè la distruzione di Israele”
Per nostra fortuna, il mondo oggigiorno agisce generalmente secondo il buon senso: non vuole imporre un mattatoio che porterebbe al disfacimento e al crollo di Stati. Il mondo è sensato, quindi, fino a che non si giunge ai Palestinesi. A quel punto il mondo impazzisce. Il nero diventa bianco e il bianco nero. Tutto ciò che è valido per ogni altro conflitto nel mondo – viene stravolto quando si arriva al piccolo, molto piccolo, fazzoletto di terra degli ebrei.
Improvvisamente, ciò che è vero per
In molti altri organi, la tendenza è
ancora più evidente e si riflette nell’imposizione a Israele e solo a Israele,
di un certo tipo di soluzione, denominata “diritto al ritorno” e che
è del tutto chiaro porterà ad appiccare un incendio imponente. C’è chi
supporta questa soluzione per ignoranza e ingenuità. Tuttavia, i più la
sostengono perché il loro scopo non è il raggiungimento di un accordo o di una
soluzione, bensì lo scopo in pratica è l’incendio. O, nelle parole di Saker
Habash, uno dei consiglieri di Arafat: “Il diritto al ritorno è la carta
vincente, cioè la distruzione di Israele”.
Non ci occuperemo in queste pagine
delle grandi emigrazioni di popoli nel corso della storia. Né tanto meno siamo
intenzionati a richiedere agli Arabi, che hanno invaso l’Asia, l’Africa e
l’Europa, di ritornare nella loro culla originaria. E non pretenderemo dai
conquistatori bianchi del continente americano di tornare in Europa, nonostante
non solo abbiano conquistato, si siano impossessati e abbiano violato una terra
che non apparteneva loro, ma abbiano anche perpetrato crimini contro l’umanità.
Ci concentreremo solamente su quegli
scambi di popolazione che sono stati effettuati dall’inizio del ventesimo
secolo. E nemmeno su tutti, perché lo spazio è limitato, bensì solo su quelli
che presentano una certa somiglianza con gli scambi di popolazione avvenuti tra
Israele e gli Stati Arabi confinanti. Scambi che includono, da ambo le parti,
l’espulsione, la fuga e la migrazione volontaria.
Lo
scopo di UNRWA: perpetuare la condizione dei profughi Palestinesi
Tra i 600 e gli 800 mila Arabi hanno
lasciato Israele in direzione degli Stati confinanti. Un numero simile di Ebrei
ha lasciato i Paesi Arabi ed è giunto [in gran parte, n.d.t.] in Israele.
Questo scambio fa parte di un processo globale: decine di casi di scambi di
popolazione avvenuti in seguito alla creazione di stati nazionali o stati aventi
caratteristiche etniche o religiose. Decine di milioni di persone hanno preso
parte a questi spostamenti. Nessuno, tra queste decine di milioni, è rimasto
profugo. Nemmeno quelli che sono giunti in Israele. Questo titolo è riservato
unicamente ai profughi Palestinesi.
Questa “doppia morale" inizia,
ma non finisce, con il fatto che esistono due organizzazioni che si occupano di
profughi. La prima, per tutti i profughi del mondo, è l’UNHCR[1]
(l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). La seconda è nota
come UNRWA[2]
(Agenzia delle Nazioni Unite per il Sostegno e il Lavoro dei Rifugiati
Palestinesi nel Vicino Oriente) e si occupa unicamente di Palestinesi, secondo
quanto stabilito dall’ONU.
Mentre lo scopo dell’organizzazione generale è aiutare i profughi a dare inizio a una nuova vita, cessando di essere dei rifugiati, lo scopo dell’UNRWA è opposto, in quanto essa mira a perpetuare la condizione del profugo. Decine di milioni di rifugiati hanno smesso di essere tali grazie ai programmi di sussidio dell’ONU. Eppure, nemmeno un profugo Palestinese si è separato da questa definizione. Al contrario. Essi continuano a moltiplicarsi ogni anno.
Secondo
la definizione dell’ONU, il numero dei profughi cresce solamente
Perfino
nella definizione dello stesso termine “profugo” esiste una differenza. Ci
si riferisce ai Palestinesi come “persone il cui domicilio abituale era
Le cose non sono così per un profugo
normale, il quale deve provare una serie di condizioni per poter ottenere il
sussidio dell’UNHCR. E non è tutto. Secondo la definizione dell’ONU valida
per tutti, chi si è già ambientato in un altro stato e ne è diventato
cittadino attivo, non viene considerato profugo. In Giordania si trovano
centinaia di migliaia di Palestinesi. Hanno ricevuto la cittadinanza. In Libano
alcuni hanno assunto la carica di ministri. Ma, secondo la strana definizione
dell’ONU, sono da considerarsi ancora profughi.
E c’è
ancora una differenza importante e fondamentale. Tra i profughi normali,
solo la singola persona viene considerata profugo. Non i suoi famigliari e di
certo non i suoi discendenti. Tra i Palestinesi la situazione è ancora una
volta opposta. La condizione di profugo è genetica. Di generazione in
generazione. Anche se i figli e i figli dei figli non hanno mai nemmeno visto
In
tal modo, sotto l’egida dell’ONU, il “problema dei profughi” viene reso
eterno. Non solo la definizione del loro status di profughi è diversa, ma gode
persino di perpetuazione. E così, il numero di profughi cambia e cresce di anno
in anno. Così si dà vita a un mostro il cui scopo è creare una situazione che
di per sé impedisca la soluzione del conflitto.
Parallelamente
a questo conflitto regionale, 10 milioni di persone sono state esiliate nei
Balcani
Stando a ogni criterio internazionale
valido negli stessi anni, “il problema dei profughi Palestinesi” si è
esaurito al suo sorgere: il numero di Palestinesi che hanno abbandonato Israele
è simile o uguale al numero di Ebrei che sono giunti in Israele dai paesi
Arabi. Israele non è stato l’unico luogo nel quale sono avvenuti scambi di
popolazione a seguito di un conflitto di carattere religioso o nazionale. In
ogni altro luogo del mondo, il problema si sarebbe estinto in questo modo. Ma
qui no. Qui vige la “doppia morale”. Per capire quanto si tratti di una
manipolazione politica, storica e internazionale, proponiamo di seguito una
rassegna dei principali trasferimenti e scambi di popolazione.
I Balcani sono stati il principale
focolaio di scambi di popolazione, di espulsioni, di trasferimenti forzati e di
fughe massive a seguito di guerre, nel corso degli ultimi cento anni, a partire
dalla prima guerra dei Balcani, nel 1912 e fino alla guerra in Kosovo del 1999
– la quale non ha messo fine a questi movimenti di popolazione. Si stima che
dai 7 ai 10 milioni di persone abbiano preso parte ai maggiori spostamenti. Non
ci occuperemo in questo contesto di tutti gli spostamenti in questione, ma ne
esamineremo solo alcuni.
Durante il periodo in questione, la
prima ondata è partita nel 1915, dopo la prima guerra dei Balcani. In quell’occasione,
furono trasferiti dai propri luoghi d’origine circa 200 mila Ottomani che sono
passati alla Turchia, 150 mila Greci che sono ritornati in Grecia e circa 250
mila Bulgari che sono tornati in Bulgaria.
I
Balcani hanno ottenuto il Premio Nobel per l’idea dei trasferimenti
demografici
Dopo la guerra, circa 300 mila
Bulgari sono stati costretti ad abbandonare i territori che erano stati sotto il
dominio bulgaro fino alla guerra, tornando entro i nuovi confini della Bulgaria.
Così fu anche per 200 mila Ungheresi, costretti a lasciare
Gli anni ’20 portarono ad una nuova
ondata, ancora più significativa nel nostro caso. Il grande trasferimento
demografico di quegli anni avvenne tra Turchia, Grecia e Bulgaria, a seguito del
Patto di Losanna del 1923. Il flusso migratorio principale fu di un milione e
mezzo di cristiani dalla Turchia alla Grecia e di oltre 500 mila Musulmani dalla
Grecia alla Turchia. Inoltre, ci furono altri spostamenti di circa 80 mila
Bulgari verso
Va ricordato che non venne effettuato
il passaggio di tutta la popolazione cristiana verso
Gli avvenimenti che precedettero lo
scoppio della seconda Guerra Mondiale e la guerra stessa, hanno anch’essi
provocato grandi spostamenti di popolazioni. Tra i più significativi ricordiamo
la fuga di migliaia di Serbi dalla Croazia, il cui governo era diventato
filo-nazista, e anche i cambiamenti di rotta in Transilvania, che passava al
controllo ungherese, la qual cosa costrinse circa 200 mila Rumeni residenti
allora in quei territori a rifugiarsi in Romania.
Gli anni ’90, con il disfacimento
della Iugoslavia e dopo la morte di Tito, sono stati testimoni di un’altra
grande ondata di spostamenti. Nel 1995, un quarto di milione di Serbi sono stati
deportati dalle zone che sono rimaste sotto l’autorità croata dopo la guerra
con
Sebbene siano stati approvati
provvedimenti giudiziari che permettono ai Serbi di riappropriarsi delle proprie
case, in realtà sono rari i casi in cui effettivamente questo diritto è stato
rispettato. Generalmente, i verdetti dei tribunali croati che si pronunciano a
favore dei diritti dei Serbi, non sono applicati. Molti dei Serbi rimpatriati in
Croazia generalmente rinunciano a questa prospettiva alquanto incerta e se ne
tornano in altri frammenti della ex-Iugoslavia.
E’ superfluo precisare che il
livello di ostilità tra Serbi e Croati è molto lontano da quello sussistente
tra Israeliani e Palestinesi. Il sogno dei Serbi non è quello di distruggere
Ciò significa che anche un ritorno
completo - che è impensabile possa avvenire – non minaccerebbe la demografia
croata. Il principio di omogeneità nazionale o religiosa si conserverebbe
ugualmente. Un esame della stampa occidentale di quegli anni rivela la totale
rassegnazione al trasferimento forzato dei Serbi da parte dei Croati, se non
addirittura il supporto di tale progetto. Per esempio, questa era la linea
quasi-ufficiale del “New York Times”.
Nei
Balcani non hanno sentito parlare dell’invenzione del “diritto al ritorno”
Kosovo: circa 800 mila Albanesi sono
stati espulsi dalla zona durante la crisi del 1999. La maggior parte di essi è
ritornata a seguito dell’intervento militare della NATO. Solo che, prima
ancora, 150 mila Serbi avevano già abbandonato la zona albanese. Un numero
simile di Serbi ha abbandonato il Kosovo dopo la guerra, per paura della
vendetta da parte degli Albanesi.
Altre centinaia di migliaia di
persone in tutte le zone di combattimento hanno perso le proprie case e sono
state costrette a trasferirsi e, anche se all’interno dello stesso Stato
(perlopiù Bosnia Herzegovina), comunque in un distretto diverso. Non si
conoscono le cifre esatte. Così, per esempio, il numero di Croati che nel corso
della guerra è stato espulso dalle forze serbe al di fuori dei confini serbi è
stimato intorno ai 170 mila. E’ evidente che la comunità internazionale
considerava inevitabili gli spostamenti di popolazione, nel tentativo di
prevenire ulteriori conflitti.
Quanto detto fin qui non esaurisce
l’argomento trasferimenti di popolazioni nei Balcani, trasferimenti che, come
abbiamo già ricordato, comprendono dai 7 ai 10 milioni di persone. A volte si
parla di pulizia etnica, a volte di genocidio (come il fatale trasferimento
degli Armeni effettuato dai Turchi) e, a volte, come nel caso eclatante di
Nansen, di passaggi stabiliti da specifici accordi. Il principio che accomuna
tutti i vari scambi demografici in questione è il tentativo di creare
un’omogeneità etnica o religiosa. In un modo o nell’altro, non viene
riconosciuto il “diritto al ritorno”, ad eccezione del caso atipico dei
Serbi, ai quali viene formalmente accordato il permesso di ritornare in Croazia,
ma in pratica si tratta di un diritto fittizio.
12
milioni di profughi Tedeschi sono stati assorbiti nel giro di pochi anni
Dopo
Gli scambi di popolazione successivi
furono stabiliti nella Conferenza di Potsdam, subito dopo
A seguito di questa decisione, tra i
12 e i 16 milioni di Tedeschi furono obbligati a spostarsi contro la loro volontà.
Molti altri ancora furono uccisi durante le operazioni di trapasso. Traghetti
tedeschi che rendevano possibili parte dei trasferimenti, furono affondati da
missili Torpedo. Fonti tedesche sostengono che circa 2.5 milioni di persone
furono assassinate o rimasero uccise nel corso di questi movimenti di
popolazione; anche se questa cifra può sembrare spropositata, il numero delle
vittime rimane comunque molto elevato.
Non molti anni dopo la grande
espulsione, non rimaneva un solo profugo tedesco nei campi profughi e oggi, la
questione della deportazione, dei profughi e della grande sofferenza arrecata ai
Tedeschi, molti dei quali del tutto privi di qualsiasi colpa – non si trova
all’ordine del giorno in Germania. Ciò che resta è un solo organismo, la
“Federazione per gli Espulsi” (BdV - Bund der Vertriebenen), ma si tratta di
un’organizzazione marginale, supportata perlopiù dall’estrema destra. Una
parlamentare, Erika Steinbach, si occupa dei diritti degli espulsi tedeschi.
Tuttavia, il consenso presso l’opinione pubblica tedesca vuole che non ci
siano né diritti, né indennizzi e di certo non un ritorno.
India:
14 milioni di profughi. Tutti si sono risistemati velocemente
Per molti anni gli Indiani hanno
collaborato tra loro al fine di redimersi dall’annosa occupazione britannica.
Solo che, quanto più si rafforzava l’attivismo indipendentista, tanto più
emergevano e si intensificavano gli attriti tra induisti e musulmani, fino a
giungere ad una lacerazione sempre più profonda e manifesta. L’ideatore dello
Stato musulmano indipendente è stato il filosofo e scrittore Allama Muhammad
Iqbal.
Negli anni ’30, si unì a tale
richiesta anche Muhammad Ali Jinnah, che, sino a quel momento, era stato membro
del Partito del Congresso e sostenitore dell’idea di uno Stato unico. Ciò che
è interessante è che, sin dal principio, non si trattava di una popolazione
omogenea: le divergenze sono molte e il disaccordo in materia di religione è
solo uno dei tanti e non il più importante fra essi.
Il leader indiscusso della lotta per
l’indipendenza indiana dagli Inglesi, Mahatma Gandhi, concentrò tutti i
propri sforzi affinché venisse fondata un’unica India che comprendesse le
comunità induiste, sikkim e musulmane. Non ci riuscì (Gandhi fu assassinato da
un induista radicale, che lo accusava di aver desistito a favore dei musulmani).
Le tensioni interreligiose continuarono ad intensificarsi.
Nell’Agosto 1947, terminata
l’occupazione britannica, vennero fondati due stati: l’India e il Pakistan.
A seguito della proclamazione, più di 7 milioni di induisti e sikkim passarono
dalla parte musulmana a quella indiana e un numero simile di musulmani fece il
percorso inverso. Nel corso degli scambi di popolazione sono stati perpetrati
numerosi crimini e il numero delle vittime varia da 200 mila al milione.
Il Pakistan rimase principalmente
musulmano. Nell’India di oggi, con quasi un miliardo di abitanti, esiste una
minoranza musulmana di circa il 16%. Il focolaio delle tensioni tra i due Stati,
che già ha provocato vari scontri e conflitti, si trova nella frazione indiana
della regione del Kashmir, dove la maggior parte degli abitanti sono musulmani.
L’assorbimento dei profughi, da ambo le fazioni, non è stato semplice.
Tuttavia, oggigiorno non si trovano più Indiani o Pakistani che vengono
definiti “profughi”. Essi si sono integrati nei nuovi distretti.
L’UNHCR,
che ha reinsediato i profughi Armeni, non si occupa dei Palestinesi
Il crollo dell’Unione Sovietica
determinò la creazione di nuovi Stati su base etnica e religiosa. Così, per
esempio, durante il periodo staliniano, dalla Cecenia furono espulsi molti
musulmani verso altre regioni dell’ex URSS, la maggior parte dei quali tornò
poi in Cecenia, diventando parte integrante del conflitto che la dilania. Un
altro focolaio di conflitto, più inerente al nostro argomento, è quello della
regione del Nagorno-Karabah.
Si tratta di una provincia a
maggioranza armena dell’Azerbaijan, la cui popolazione è invece
principalmente musulmana. E’ un conflitto regionale con una lunga storia alle
spalle, ma si è riacceso dopo la fondazione delle Repubbliche Indipendenti con
il crollo dell’URSS, quando la provincia parzialmente autonoma armena reclamò
nel 1988 di essere annessa all’Armenia.
Le stragi compiute contro i musulmani
in Armenia e contro gli Armeni in Azerbaijan hanno generato un movimento di
rifugiati in ambo le direzioni. In seguito, le tensioni si sono trasformate in
una vera e propria guerra. L’Armenia assunse il controllo della maggior parte
dei territori contesi.
Nel 1994 venne raggiunto il cessate
il fuoco, ma il conflitto aveva provocato circa un milione di profughi – 360
mila cristiani-armeni passati ai territori controllati dall’Armenia e 740 mila
musulmani passati ai territori controllati dall’Azerbaijan.
Un’industria
di profughi – il Sudan
Il Sudan è un paese segnato dalle
tensioni tra la popolazione nera non musulmana e quella araba musulmana. Nel
corso degli scontri tra musulmani e neri alla fine degli anni ’80-inizio anni
’90, 75 mila neri vennero espulsi in direzione del Senegal e del Mali e un
numero simile di arabi venne accolto dalla Mauritania, dopo che era stato
espulso dai due paesi. La lotta per l’arabizzazione nel paese continua.
Il Sudan costituisce un’eccezione,
in quanto non si tratta in questo caso di scambi di popolazione, bensì di uno
Stato che mette in atto operazioni di pulizia etnica e uccisione di massa di
cittadini per mano dei miliziani Janjaweed. Da quando è salito al potere un
governo islamista, gli episodi di pulizia etnica e religiosa sono aumentati e
non solo nella regione del Darfur (della quale, anche se minimamente, viene
riferito nei mezzi di comunicazione).
Gli orrori perpetrati sotto l’egida
del regime hanno generato un numero colossale di profughi. Parte dei rifugiati
sono definiti IDP (Internal Displaced Persons). Altri, sono rifugiati nei paesi
vicini, come il Chad. In aggiunta ai milioni di vittime riportati
nell’articolo precedente, si parla di altri tre, quattro milioni di persone
costrette ad abbandonare le proprie case.
Ad oggi, non si è venuti a
conoscenza di una sola manifestazione svoltasi nel mondo arabo a condanna del
genocidio, o della pulizia etnica, o dell’imposizione religiosa. Il Sudan
continua ad agire a proprio piacimento già da molti anni. Blocca gli aiuti
internazionali. Cospira contro i giornalisti e le organizzazioni umanitarie.
Impedisce l’arrivo dei caschi blu inviati dall’ONU. E la pulizia etnica
continua senza tregua. Stando agli ultimi anni, il Sudan è lo stato che
contribuisce maggiormente all’incremento del numero di profughi nel mondo.
I
profughi di Cipro hanno preferito non aizzare all’odio nei campi profughi
Il caso di Cipro è particolarmente
interessante. A Cipro l’80% della popolazione è greca, mentre il 20% turco
risale alla conquista da parte dell’Impero Ottomano. Nel 1974,
Non c’è dubbio che i diritti dei
profughi Greci espulsi siano maggiori di quelli dei Palestinesi. I Greci non
hanno iniziato una guerra, né tanto meno hanno minacciato di espellere o
eliminare i Turchi. Essi sono stati vittime della violenza turca. Per di più,
l’invasione turca ha determinato la creazione di un’entità statale turca
che non è assolutamente riconosciuta dal resto del mondo.
I Turchi hanno persino trasferito
nella zona da loro conquistata circa 100 mila coloni, oltre ad una forza
militare di decine di migliaia di soldati che impone nell’area un regime
militare. Da quando è stata eseguita la divisione de
facto dell’isola, la parte greca fiorisce e prospera: non ci sono campi
profughi, non c’è terrorismo e non vige la politica dell’incitamento
all’odio e della giustificazione del terrorismo contro i Turchi. Mentre la
parte turca soffre a causa dello stallo economico che porta a tassi gravissimi
di disoccupazione e ad un’economia scadente.
Nonostante ciò, il Segretario
Generale dell’ONU Kofi Annan, nel 2004 presentò una proposta ingegnosa per la
risoluzione del conflitto. In un referendum indetto nella parte greca
la proposta fu respinta, ma la soluzione che essa proponeva riguardo al
problema dei profughi – che furono riconosciuti come tali dall’Unione
Europea e dalla comunità internazionale – ci fornisce degli spunti importanti
che possono interessare anche il nostro caso.
Nella proposta in questione, non
esiste il riconoscimento del diritto al ritorno. Il diritto al ritorno dei Greci
è limitato solamente a coloro in età superiore ai 65 anni, e anche in questo
caso a condizione che i rimpatriati non superino il 10% della popolazione turca
nella sua totalità e il 20% della popolazione di un singolo centro abitato. Se
Israele avesse adottato una risoluzione di questo genere, avrebbe dovuto
trasferire Palestinesi nei Paesi Arabi vicini e non ricevere nuovi rifugiati. Ciò
dal momento che, in Israele, già più del 10% della popolazione non fa parte
del gruppo a maggioranza demografica, cioè gli ebrei.
Il
mondo è indifferente al problema dei profughi (fintanto che non sono
Palestinesi)
I casi che sono stati analizzati sin
qui sono ben lungi dall’esaurire le migrazioni degli ultimi cent’anni. Le
organizzazioni internazionali hanno stimato gli spostamenti demografici
all’interno dell’Unione Sovietica durante il periodo comunista intorno ai 65
milioni di persone. Focolai di conflitti in Africa, come le interminabili guerre
civili in Congo e Somalia, determinano sempre più profughi, alla maggior parte
dei quali non viene offerto alcun rimedio. Di certo non esiste un’agenzia di
sostegno che si occupa unicamente di loro.
Questi profughi avrebbero voluto
ottenere gli stessi diritti dei Palestinesi, ma il mondo è indifferente alla
loro sorte e nel loro caso vengono stabiliti criteri diversi. Ad eccezione di
alcune organizzazioni umanitarie, che dispongono di mezzi limitati, essi sono
abbandonati al loro destino. Anche il numero di pubblicazioni e
l’interessamento internazionale riguardo alla loro situazione sfiorano lo zero
rispetto a quanto ne viene riservato ai profughi Palestinesi, verso i quali
viene invece rivolta un’attenzione internazionale con uno scopo opposto, cioè
ingigantire e perpetuare il loro problema, attraverso una manipolazione che fa
aumentare di anno in anno il numero dei profughi.
Infatti, solamente i grandi
spostamenti e scambi di popolazione che sono stati riportati precedentemente (e
per giunta escludendo il Sudan!) ammontano a circa 38 milioni di persone, che
sono state reinsediate nei luoghi in cui rappresentavano una maggioranza. E 700
mila Palestinesi sono all’origine del “problema” reso eterno dall’ONU,
dalla comunità internazionale e dal mondo arabo, grazie al supporto di
esponenti del mondo accademico, dei mezzi di comunicazione, di migliaia di
libri, articoli e pubblicazioni, che non forniscono ai lettori i fatti veri e il
punto di vista internazionale, necessario ai fini della comparazione.
La soluzione al problema palestinese
non è riposta oggi nel trasferimento. Ci troviamo in altri tempi. Ciò che uno
stato sanguinario come il Sudan mette in atto, non può oggigiorno servire da
nulla osta al trasferimento forzato di una popolazione. I trasferimenti forzati
e autorizzati che sono stati menzionati in queste pagine, ci indicano una sola
cosa: riportare profughi e sradicati di ogni genere nelle loro regioni natali
porta alla guerra di tutti contro tutti. L’applicazione del diritto al ritorno
in Europa riconsegnerebbe il vecchio continente a un infinito periodo di guerre.
Approva
il trasferimento nei Balcani, ma condanna i sostenitori del trasferimento in
Israele
I musulmani non torneranno in Grecia
e i Tedeschi non torneranno in Polonia. Ciò non significa che non può esistere
una minoranza musulmana in Grecia o una minoranza tedesca in Polonia. Allo
stesso modo, c’è posto per una minoranza musulmana in Israele, come c’è
posto per una minoranza ebraica in Marocco e anche, in futuro, in Palestina.
Un aneddoto interessante: il
professor John Mearsheimer ha pubblicato insieme al professor Stephen Walt un
articolo vergognoso, ai limiti dell’antisemitismo, contro la lobby israeliana
negli Stati Uniti. L’ostilità nei confronti di Israele e l’influenza dei
fattori anti-israeliani, come l’affermazione del diritto al ritorno dei
profughi Palestinesi, è palese nelle pagine di quell’articolo, come nelle
fonti citate.
Solo che
Mearsheimer è lo stesso che pubblicò un articolo illuminante sul “New York
Times” nel 1993, nel quale tra l’altro scriveva, riguardo alla risoluzione
del conflitto dei Balcani: “E’ necessario creare stati omogenei da un punto
di vista etnico. [...] Croati, Musulmani e Serbi saranno costretti a rinunciare
a dei territori e a fare trasferimenti di popolazioni”. (“Ethnically homogeneous states must be created. [...]
Croatians, Muslims and Serbians would have to concede territory and move
people”).
Ed
è lo stesso Mearsheimer che è considerato un eroe sia dalla sinistra radicale,
nel mondo e in Israele, sia dal più prominente antisemita degli Stati Uniti,
David Duke. Nell’articolo contro Israele, Mearsheimer accusa gli Israeliani di
sostenere e incoraggiare il trasferimento della popolazione araba da Israele.
Egli si basa su sondaggi e manipolazioni di tali sondaggi, ma non spreca nemmeno
una parola sul fatto che i partiti che supportano l’idea del trasferimento non
hanno mai ottenuto un seguito consistente.
Tutto ciò è
abbastanza strano, se si considera che il rispettabile professore ha dichiarato
di condividere l’idea del trasferimento, nelle seguenti parole: “Creare
Stati omogenei potrebbe richiedere disegnare nuovi confini e trasferire
popolazioni” (“Creating homogeneous states would require drawing new borders
and transferring populations”). Si può supporre che i sostenitori dei
trasferimenti di popolazione farebbero tesoro di una tale affermazione. Ma il
trasferimento non è nostro interesse. Nostro interesse è invece
l’applicazione giusta ed equa delle regole internazionali. Mearsheimer
rappresenta il tipico esempio di “doppia morale”, la stessa responsabile
della creazione di una vera e propria industria del “diritto al ritorno”.
I
neri sono dei profughi di livello infimo, mentre i Palestinesi sono profughi
nobili
Tutti gli scambi di popolazione che
sono stati presi in esame hanno in comune un principio base che gode del
consenso internazionale: la creazione di omogeneità religiosa o etnica previene
la maturazione di conflitti. Ciò non significa che bisogna aspirare a una
omogeneità totale. Il consenso internazionale riguardo al criterio
dell’omogeneità, come è stato esposto nel caso del conflitto cipriota,
rappresenta il modello giusto al quale fare riferimento anche per una
risoluzione del problema dei profughi Palestinesi.
Se il mondo avesse adottato nei loro
confronti la stessa politica che è stata intrapresa nei confronti di altri
gruppi negli stessi anni – Tedeschi, Indiani, Pakistani – ora non
esisterebbe il problema dei profughi Palestinesi. E invece l’ONU ha deciso,
commettendo uno di quegli errori che vanno annoverati tra le vergogne del mondo,
di comportarsi con i Palestinesi in modo diverso. Questa politica comporta di
per sé una dichiarazione di ineguaglianza: i Palestinesi sono profughi nobili,
mentre i neri sono profughi di infimo livello.
La comunità internazionale ha
adottato la politica dell’ONU. Nonostante non supporti ufficialmente il
“diritto al ritorno”, essa sovvenziona l’industria che è stata messa in
moto intorno a tale diritto. L’Unione Europea aiuta decine di organizzazioni
che includono il diritto al ritorno nella propria agenda. Secondo il criterio
internazionale, ai Palestinesi viene riconosciuto il diritto di essere
reinstallati anche nello Stato Palestinese, che verrà fondato se i Palestinesi
acconsentiranno a vivere in un’entità nazionale a fianco di Israele, e non al
suo posto.
Coloro
che reclamano il diritto al ritorno dei Palestinesi, negano il diritto
all’esistenza di Israele
Il principio che stabilisce che ogni
stato ha il diritto di conservare un’omogeneità etnica o religiosa e che non
viene riconosciuto il diritto al ritorno ai profughi stabilitisi in un altro
luogo, dove già fanno parte della maggioranza etnica o religiosa – è un
principio vincolante anche per Israele. Ciò significa che, nonostante Giudea e
Samaria facciano parte della patria storica del popolo ebraico, gli Ebrei non
hanno diritto a ritornarvi, come allo stesso modo i Palestinesi non hanno
diritto a ritornare in Israele, nonostante essa sia la loro patria storica.
Un unico verdetto deve valere per i
Tedeschi che sono stati riassorbiti in Germania, per gli Induisti che si sono
stabiliti in India, per i Musulmani che sono passati al Pakistan. E questo
verdetto sancisce che esiste il diritto al ritorno per gli Ebrei in Israele, ma
non in Palestina e per i Palestinesi in Palestina, ma non in Israele.
La negazione incondizionata del diritto al ritorno deriva non solo dal paragone col contesto internazionale, ma anche dal diritto all’autodeterminazione. I Palestinesi si avvalgono di tale diritto, allo stesso modo degli Ebrei. E chi reclama il diritto al ritorno dei Palestinesi e soltanto di essi, in pratica nega, per usare un eufemismo, il diritto all’autodeterminazione degli Ebrei. Soltanto degli Ebrei.
I
Musulmani devono imparare da Israele a prendersi carico dei profughi
Non è Israele la responsabile della
perpetuazione del problema dei profughi Palestinesi, bensì la comunità
internazionale. Invece di rimedi, essa ha disseminato sale. E ha creato una
manipolazione. Lo scherzo del destino – ed è uno scherzo molto, molto amaro
– ha voluto che questa “doppia morale” abbia solamente aumentato le
sofferenze dei Palestinesi. E’ la loro sofferenza ad essere stata perpetuata,
prevenendo una soluzione al loro problema.
Il giorno in cui il mondo deciderà
di accantonare questa politica della doppia morale, rappresenterà una svolta
per la causa palestinese. Sarà la prima volta che il livello della loro
sofferenza comincerà a calare, che cesseranno finalmente di essere una carta
strumentalizzata dai giochi politici. Per il loro bene e per il bene dell’idea
di pace, conviene che questo giorno si avvicini.
Israele ha già fatto la sua parte
quando ha assorbito gli Ebrei giunti a seguito di quella guerra che provocò
l’abbandono di Israele da parte dei Palestinesi. La responsabilità dei
profughi Palestinesi è principalmente del mondo musulmano e arabo e della
comunità internazionale.
Traduzione
di Sharon Nizza